Il silenzio. L’attesa. La linea Provenzano è ormai consacrata nel racconto di uno dei suoi collaboratori più stretti, Nino Giuffrè, capomandamento di Caccamo, che due mesi dopo il suo arresto, avvenuto il 16 aprile 2002, ha deciso di collaborare con la Procura di Palermo. Le sue dichiarazioni sono state raccolte da un pool di magistrati: Pietro Grasso, il suo aggiunto Sergio Lari e i sostituti Michele Prestipino, coordinatore delle indagini per la cattura di Provenzano, e Lia Sava.

Ecco Giuffrè: «“Non dobbiamo fare scruscio”, diceva Provenzano». Ma qualcuno sembrava non capire. Era Benedetto Spera, il capo della famiglia di Belmonte, il paesino che si affaccia su Palermo. Aveva usato la mano forte con i suoi oppositori interni: «Opera di ripulitura dei rami secchi», la chiamava un tempo Totò Riina. Venne il giorno che Provenzano e Lipari lo ripresero solennemente: «La situazione di Belmonte – spiega Giuffrè – con le iniziative di ripulitura messe in atto da Spera, aveva già fatto danni nell’ambito politico». Ma che c’entrano gli omicidi con la politica? Il procuratore Pietro Grasso sollecitò a chiarire, Giuffrè indossò allora i panni del fine analista: «C’è tutta una situazione politica particolare nell’ambito del Comune di Belmonte, poi c’è una situazione di persone che direttamente o indirettamente sono un pochino legate a Lipari. Questo modo di Spera di camminare con le scarpe chiodate cominciava a fare rumore, e a disturbare pure certi ambienti di Palermo». Provenzano in persona prese posizione contro tutto quel sangue che stava scorrendo a Belmonte: «Prima restò a guardare cosa faceva Spera, gli diceva solo di comportarsi con coscienza. Ma quando fu chiara la strategia che si stava consumando a Belmonte, intervenne. Disse a Spera: “Benedetto, vedi che io mi governo con la mia testa”. Da questo ho capito tante cose», sentenziò Giuffrè: «Il discorso di Belmonte era molto significativo. Non fare rumore, affinché non si destasse l’attenzione delle forze inquirenti. Non bisognava fare rumore per nulla. Bisognava muoversi con le scarpe felpate».

Gli obiettivi erano ormai chiari: «Sul tema degli appalti c’era ben poco da direalle riunioni – questo ha ripetuto Giuffrè nei processi – la questione era sempre di attualità, certo, ma gli appalti li controllavamo ormai abbastanza bene. Magari si parlava dei problemi con alcune imprese: anche in questo caso non bisognava assolutamente fare rumore. Se c’era qualche azienda un pochino tosta, perché non voleva mettersi a posto, evitavamo di fare rumore, facendo fuoco e danneggiamenti». La vera preoccupazione pressante della Cupola era invece la sorte giudiziaria del popolo mafioso in cella: cosa fare contro il carcere duro? E la legge sulla confisca dei patrimoni? E le indagini antimafia sempre più pressanti?

Nelle trentasei lettere fatte ritrovare dal pentito Antonino Giuffrè dopo il suo arresto, c’è l’ultimo ritratto della mafia, quella che Bernardo Provenzano vuole adesso dal volto buono ma non per questo distratta dalla sua missione di sempre, ricattare imprenditori e commercianti.

Le prime cinque lettere erano nel marsupio di Giuffrè, il giorno dell’arresto. Le altre 35, il pentito le ha fatte ritrovare in un casolare di campagna: erano conservate in un barattolo, assieme ad altre missive provenienti o diretti ad altri mafiosi.

La vecchia macchina per scrivere è sempre rimasta sul tavolo di lavoro del latitante. Giuffrè spiegò: «Ormai usa quelle elettrica».

 

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